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        MARE

A José Bergamín

        MARE E AURORA

Discoperte le onde vegliano
ancora senza sole, premattinali.
Affilati si affacciano da oriente
rosacei ardimenti del giorno.
Le smisurate lingue palpano
le acque pesanti, la tesa
lamina di metallo,
ancor fredda e aspra al tocco insinuante.

Tuttavia emergendo dalla notte
l'intatta lastra assorbe
rigida le illuminate verifiche.
Penetrano, di carne, di giorno,
i lenti palpi, che assumono
timide onde, passive spume
sotto i loro concavi progressi.

Tutto l'ambito è percorso e s'empie
di crescenti tentacoli,
alba chiara, alba fine, che s'addentra
in oblunghi volumi e strati di luce,
discacciando la sterile ombra,
facile preda a quest'ora.
Cominciano ad alzarsi masse
di spuma volontaria,
sovrastanti.
Non lasciate che emerga.
Gonfi l'acqua il suo pieno
sospetto, e s'intuisca

il giorno al di sotto, che spinge il manto
liquido, pronto e potente ad alzarsi
con il mare, abisso cancellabile.
La luce venga dal profondo,
rotta in cristalli d'acqua,
sprazzi di clamori
dissolti —no: risolti—
senza brutto schiamazzo.

Sgorghi in aperte mire
con ordine e s'appropri
dello scheletro oscuro
dell'aria e lo disarmi,
e limpido spazio brilli
—a chi lo domina soggetto—
lento, continuo, esperto
bevitore dell'onde.

autógrafo

Vicente Aleixandre
Traduttore sconosciuto


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